Ho visto il carcere. Riflessioni su Santa Maria Capua Vetere e dintorni (di Giampaolo Cassitta)

Mi sono chiesto per giorni: che cosa scrivo? Qualcuno ha ribadito: perché non ne scrivi? Come se fosse facile raccontare le sconfitte di chi in carcere ci vive e ci lavora da molti anni, di chi in carcere ha respirato e continua a respirare la polvere degli ultimi. “Quando si parla di carcere bisogna aver visto” diceva Calamandrei, uno dei padri della nostra Costituzione. Dovrei essere uno di quelli adatti a raccontare. Ma non è facile e, sinceramente, non mi pare neppure il momento dove, invece, tutti sembrano avere la soluzione ad un male – il carcere – che non è risolvibile con un semplice giro di periodi e di citazioni.
Il silenzio della sezione, il rumore delle chiavi, quei lamenti perenni e quell’odore di sugo e ferro, di cipolla e sudore, quelle risate acide dense di speranza, quelle fotografie scolorite di madri, mogli, figli, di pin-up svestite, di Padre Pio e di Maradona.  Quelle cucine troppo vicine ai cessi mal disegnati e ingenuamente nascosti con qualche lenzuolo sporco e maldestramente colorato.
Questo si vede camminando nella maggior parte delle sezioni penitenziarie italiane. L’orrore di Monte Lupo Fiorentino, l’ospedale psichiatrico che ebbi modo di visitare nei miei ventiquattro anni di età e mi pareva, davvero, di essere al cospetto del villaggio dei dannati capitanato dal Colonello Kurtz, quello di Apocalypse Now. Montelupo: in quell’inferno di presunti pazzi  se qualcuno custodiva un cuore in quei corpi luridi e senza senso, era sicuramente un cuore di tenebra. Lo stupore del vecchio monastero del carcere di Lucca, le lacrime del detenuto Juanito che non poteva partecipare al funerale della sua complice morta, per un infarto e forse per dolore, nel carcere di Tempio Pausania. La cattedrale del dolore rappresentata da due lunghe e altissime sezioni nel nulla e nel vuoto pneumatico di un’isola dove il padrone era il mare era il silenzio: questa era la diramazione di Fornelli all’Asinara, gonfia di terroristi e camorristi, intrisa di rabbia e cattiveria, paura e sgomento. La rotonda di San Sebastiano dove il dolore si amplificava, le spesse mura di Buoncammino dove la dignità si mendicava. Ho visto l’Ucciardone a Palermo, poi Modena, Pozzuoli, Como, Biella, Torino, Alessandria, San Vittore a Milano, Santa Maria Capua Vetere, Firenze Sollicciano  in questo vorticoso tour del dolore e della disperazione.
Tutto era carcere: sbarre, chiavi, divise, mimetiche, carrelli con il pranzo, medici ed infermieri, agenti ed educatori, luci nascoste, orizzonti segnati dal nulla. Ho ascoltato le testimonianze di persone che hanno raccolto i corpi freddi di detenuti che si sono suicidati e ho avuto modo di gioire per quei poliziotti che son riusciti a salvare ragazzi in procinto di lasciare questa vita.
Bisogna aver visto”.
E io ho visto. E ho sentito, annusato, ascoltato, percepito e nascosto. Si, ho anche nascosto la vergogna di molti ed il sorriso di pochi, la voglia di smetterla e l’impossibilità di ricominciare. Ho nascosto le sconfitte dentro il cassetto più recondito delle mie esperienze, convinto che tutto ciò non servisse, che tutto quello sporco non si dovesse utilizzare per parlare di carcere. E avevo torto.
La legge del branco funziona da tutte le parti, soprattutto all’interno delle istituzioni totali. Funziona dove non ci sono risposte, non c’è rispetto e capacità di ascolto, non c’è lo sforzo a capire gli errori degli altri.
Tutto, di colpo, si calpesta. Tutto, di colpo, diventa lecito, verosimile, giustificabile. Tutto diventa duello tra due fazioni. Tutto si riduce alla retorica del buono e del cattivo, del bianco e del nero, del poliziotto e del ladro, di chi ha ragione e di chi ha torto. Come se fosse facile riconoscere il buono dal cattivo, come se fosse utile dividere il bianco dal nero, come se fosse necessario parteggiare per il ladro o per il poliziotto.
In questo terribile schierarsi ho visto commettere gli errori peggiori: i poliziotti tutti servi dello stato, tutti picchiatori, tutti cattivi, ignoranti e gonfi di odio. I detenuti tutti colpevoli, marci, indegni, assassini, bastardi, stupratori, sporchi. Quel tifo sociale sguaiato e stolto che non tiene conto delle sfumature, degli incisi, degli approfondimenti. Quei poliziotti che sbagliano sono diventati “ tutti i poliziotti sbagliano”, quei detenuti che urlano e assaltano sono divenuti “tutti i detenuti urlano e assaltano”.
I pochi si sono trasformati in tutti, le approssimazioni e le analisi superficiali sono divenute, d’incanto,  verità assolute: da una parte i poliziotti costruttori di una mattanza, dall’altra i detenuti che, forse, se lo meritano.
Eppure queste cose non possono accadere in un paese civile. Ecco: sul paese civile abbiamo costruito, negli anni, capitoli importanti di retorica, di demagogia, abbiamo tutti imbevuto il pane in questa sorta di brodo riscaldato e stantio, ipocrita e politicamente avido.
In questo paese civile si decidono le mosse in base al voto di domani o, al massimo, di qualche mese. Se poi un nostro amico, conoscente e se un politico è arrestato e finisce in carcere allora tutto si dipana, tutto si modifica, tutti a chiedere pene alternative, tutti a suggerire soluzioni che fino al giorno prima erano abiurate dal partito che si rappresenta.
Nessuno ha visto realmente  un carcere è una metafora per dire, più prosaicamente, che nessuno ha camminato tra le pieghe di questo paese. Quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere e prima ancora a Modena, a Sassari nel 2000 ed in altri Istituti penitenziari è certamente una ferita indelebile nel costato della democrazia,  ma è anche il risultato di anni di abbandoni, di  aver voluto nascondere  politicamente la polvere sotto il tappeto. Tanto che importa alla gente di ciò che accade in carcere, di come si governano le galere. Tanto gli assassini è meglio che marciscano in una cella di pochi metri e, con loro, anche i carcerieri. Abbiamo altro da pensare noi.
Dal 1975 –  anno della riforma penitenziaria –  ad oggi si sono succeduti moltissimi ministri di Giustizia. Tutti volevano riformare il carcere ma nessuno c’è riuscito davvero. Nessuno è partito da un concetto semplice e, per certi versi logico: applicare le norme esistenti. Dove gli istituti penitenziari devono essere realizzati in modo tale da accogliere un numero non elevato di detenuti o internati, dove l’uso della forza deve essere limitato per ripristinare la sicurezza e dove la scommessa, la grande e bellissima scommessa dettata dalla costituzione,  è lavorare per liberarci dalla necessità del carcere almeno per certi reati.
Nessuno ha mai ricordato che basta applicare il capo I della Legge 354/75 per diventare quel paese civile che, a parole, diciamo di essere.
Nessuno ha mai voluto scommettere sulla formazione – vera – degli operatori, sul garantire un congruo numero di operatori del trattamento (educatori, assistenti sociali, mediatori, psicologi) e tutti invece, per comodità politica (i voti della pancia contano, eccome se contano)  hanno rincorso qualcosa che la legge non prevede: un grandissimo e sproporzionato numero di poliziotti da utilizzare solo ed esclusivamente per il contenimento dei detenuti.  
Quei poliziotti li conosco e con loro ho vissuto e ci vivo: sono persone che aspettano, da anni, un riconoscimento vero, reale. Quasi tutti calpestano il carcere con immensa dignità e si prodigano a voler modificare il disegno che non è quello del dettato costituzionale e legislativo. Poi ci sono le cosiddette “mele marce” che, in termini di percentuale, rappresentano una cifra irrisoria. Sono persone che non sono riuscite a comprendere il carcere, a carpirne la vera essenza rieducativa, la possibilità di poter intervenire in maniera ferma e risoluta ma con un orizzonte volto alla rieducazione, alla riconciliazione dei detenuti con il mondo esterno.
Nessun uomo è nemico di un altro per decisione divina  o per decreto legge. Nessun uomo può decidere di maltrattare un altro essere umano.
Chi lo fa (ed è condannato in maniera definitiva per averlo fatto) non solo deve essere escluso dalla polizia penitenziaria, ma anche dal recinto sociale di un paese civile: chi ha sbagliato non può solo pagare, ma deve anche riparare. E, in questo caso, i poliziotti che saranno eventualmente condannati  per la cosiddetta mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere devono risarcire lo Stato e quindi tutti i cittadini, detenuti compresi. Chi conosce il carcere non può che comprendere questo passaggio e chi lavora tutti i giorni in quei contesti sa che i poliziotti non possono utilizzare certi metodi nei confronti di persone inermi. Non lo possono e non lo devono fare perché compiono dei mali atroci: fisici e psicologici  a quei detenuti che si trovano davanti, morali a tutti i colleghi e operatori che lavorano insieme a loro ma con metodi assolutamente diversi.
E’ tempo di discostarsi da certi atteggiamenti e modi di fare.
E’ tempo di decisioni forti, degne, risolute, tipiche di  “uomini verticali”.
E’ tempo di togliere dal canestro le mele marce e presentare quelle buone sul tavolo del paese. Da operatore mi sono commosso alle parole del presidente del Consiglio e della Ministra della Giustizia che a Santa Maria Capua Vetere   hanno voluto testimoniare,  con forza, un momento difficile, parlando di una sconfitta per lo Stato. Ma hanno ribadito, con la stessa forza, che occorre presentare sul tavolo  il canestro delle mele buone: questo è lo Stato e questi sono i nostri frutti.
Bisogna avere il coraggio delle scelte. E’ il momento giusto. Lo dobbiamo alle migliaia di operatori che lavorano tutti i giorni nei penitenziati italiani, lo dobbiamo ai detenuti, lo dobbiamo alla ritrovata dignità di un paese che vuole e deve essere “civile”. Quel gesto, quel piccolo grande gesto del Presidente del Consiglio e della Ministra della Giustizia è un segnale di novità assoluta, è il segnale che è giunto il momento di provare a non trovare soluzioni  esclusivamente carcerocentriche a qualsiasi condanna. Quel gesto ci ha raccontato che quando si parla di carcere bisogna aver visto. E loro, presentandosi in quel penitenziario colmo di silenzio e di dolore, hanno dimostrato di aver visto.
E compreso.

Fonte: www.sardegnablogger.it

di Giampaolo Cassitta il: Luglio 16, 2021

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