“Una giornata per il carcerato”

30 Marzo 2021 / Comments (0)

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Lettera al Papa

Caro Papa Francesco,

sono un sacerdote di settantasei anni e da oltre mezzo secolo svolgo la mia missione pastorale al servizio degli ultimi, dei rifiutati, dei dimenticati. Di coloro che chiamiamo cattivi e di cui abbiamo bisogno per sentirci buoni: dei carcerati, che Lei incontra in ogni occasione che può.

Tanti anni fa, giovane sacerdote, inquieto sulla mia missione sacerdotale, sono entrato in un carcere, quello minorile di Cagliari, quasi per caso – io credo favorito dalla Divina Provvidenza – e da quel momento non ne sono più uscito. Perché tanta è stata la pena per i poverini rinchiusi là dentro, privati non solo della libertà ma anche della dignità di essere umano – in completa contraddizione col nostro credo di cristiani – che ho deciso di dedicare loro tutto me stesso. è la mia missione.

Nei successivi cinquant’anni, aiutato da donne e uomini di buona volontà, non certo da solo, ho esplorato molti percorsi per dare ai carcerati la dignità cui hanno diritto per legge e soprattutto per insegnamento evangelico (Mt 25,36).

Abbiamo costituito cooperative e associazioni di volontariato; abbiamo lavorato per tentare di alleviare il peso insopportabile della privazione della libertà. Infine, assieme ai tanti amici, abbiamo fondato La Collina, una comunità di recupero per detenuti giovani e adulti.

Da venticinque anni accogliamo detenuti colpevoli di gravi reati. Se l’autorità giudiziaria consente loro di usufruire di misure sostitutive o alternative alla detenzione e debbano completare un programma rieducativo e riabilitativo già avviato presso gli istituti di pena, scontano la pena da noi. In campagna, alla periferia di un piccolo paese del cagliaritano (Serdiana), sperimentano una vita comunitaria di lavoro e di serenità.  E di cultura. Ci educhiamo tutti assieme: loro imparano a convivere civilmente col prossimo, noi impariamo ad accogliere chi ha sbagliato e a scommettere sulla loro decisione di non sbagliare ulteriormente. Chi termina di scontare la pena da noi, in comunità, smette di delinquere dopo la fine della condanna, al contrario di chi sconta la pena in carcere che ricomincia a delinquere una volta uscito. Noi diamo al carcerato il diritto alla rieducazione, diritto che la nostra stessa Costituzione garantisce (art.27).

Ogni mattina, al mio risveglio, chiedo nelle mie preghiere che mi venga concesso di essere un buon sacerdote. Non lo faccio per superbia, piuttosto per insicurezza: perché so che potrei fare di più per chi soffre e non ne sono capace. Ecco perché mi permetto di disturbare il Papa, per pregarlo di aiutarmi ad essere un prete migliore.

E per questo avrei una preghiera: non potremmo istituire la Giornata Mondiale del Carcerato?

Una delle domeniche dell’anno, durante la Messa, il celebrante potrebbe richiamare l’attenzione dei credenti su Matteo 25,36: [ero] carcerato e siete venuti a trovarmi. Un versetto apparentemente semplice eppure denso di significato e di impegno. Celebriamo giustamente la giornata del rifugiato, del migrante, del povero e del malato. Ma se poi finisce in carcere, e ci finisce spesso, lo si dimentica nonostante il messaggio di Matteo sia così chiaro. Diventa uno degli ultimi cui si aggiunge il peso terribile della sottrazione della libertà, dunque l’ultimo degli ultimi. Una condizione atroce. Perché noi cristiani, condizionati dalla cultura dominante, siamo disponibili ad aiutare il migrante, il povero, il malato… ma non chi finisce in carcere, come se la sua “devianza” fosse totalmente attribuibile a una sua responsabilità.

E se dedichiamo tanta attenzione ai poveri e ai malati, se c’è la Giornata Mondiale del Malato, che dire quando vengono imprigionati? Le carceri traboccano di malati – cos’altro sarebbero i drogati di cui le prigioni sono colme, se non malati? – e non smettono di esserlo: sono malati e carcerati. Di nuovo gli ultimi degli ultimi.

Caro Francesco, ho letto con gioia immensa il Suo messaggio al nuovo presidente degli Stati Uniti: “…prego che le sue decisioni siano guidate dalla preoccupazione per la costruzione di una società caratterizzata da autentica giustizia e libertà, insieme al rispetto incrollabile dei diritti e della dignità di ogni persona, specialmente i poveri, i vulnerabili e coloro che non hanno voce“.  Domando: chi potrebbe essere più vulnerabile e privo di voce di un carcerato? Dell’ultimo degli ultimi? Il reietto gettato con indifferenza in quella pattumiera sociale che è il carcere, senza alcun riguardo per la sua dignità di essere umano?

Al mondo ci sono milioni di carcerati, di esseri umani trasparenti e sconosciuti che sommano alla propria condizione di ultimo quella di dimenticato. Sono muti e non possono farsi sentire.

Diamo loro voce per un giorno: istituiamo la Giornata Mondiale del Carcerato. Per una volta facciamoli parlare. Glielo chiede un modesto sacerdote che la Provvidenza, imperscrutabile, ha voluto trovare in un paesino periferico della periferia d’Europa (Serdiana, in Sardegna) per mandarlo a svolgere il proprio compitino tra gli ultimi. Un figlio di contadini che coltiva ulivi e viti assieme ai carcerati.

Nella speranza che il Papa, che non a caso ha deciso di chiamarsi Francesco, gli faccia la grazia di ascoltarlo.

Prego il Signore che voglia conservarLa in salute.

Certo, assicuro preghiere come Lei chiede ogni domenica.

Serdiana, 01 febbraio 2021

don Ettore Cannavera

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