Volontariato e carcere oggi – a cura di SEAC Sicilia e CeSVoP, Palermo 2011

14 Gennaio 2014 / Comments (0)

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Il Centro di Servizi per il Volontariato di Palermo (CeSVoP) da alcuni anni ha avviato una collaborazione con il SEAC (a livello siciliano e nazionale) che si è concretizzata in diverse iniziative fra le quali vi è
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Quando si parla dei penitenziari spesso si usano espressioni (“pianeta carcere”, “dentro/fuori”…) che evidenziano la separatezza esistente fra ciò che accade dietro le sbarre e quanto avviene nella vita sociale ordinaria. È evidente che gestire dei detenuti comporti regole, organizzazione, comportamenti, scelte che puntano a garantire sicurezza alla società e dignità civile al detenuto e agli operatori penitenziari. Tuttavia, l’idea dell’isolamento, della segregazione, dell’infliggere (in modo quasi “vendicativo”) una pena, pone – come si evince negli interventi che leggerete in queste pagine – una serie di problematiche che sovente non rendono il percorso penitenziario capace di condurre il detenuto al riconoscimento della colpa, alla revisione e alla riabilitazione sociale. Ciò segna indubbiamente una sconfitta per le istituzioni democratiche chiamate dal dettato costituzionale a perseguire la “rieducazione” del condannato.

La separazione fra “mondi”, quindi, non è la strada vincente. Né per quel che concerne la semplice criminalità, né per il trattamento dei condannati per mafia. Rinchiudere in una “gabbia” il deviante, il delinquente, il criminale è rassicurante, ma non risolve il problema. La società italiana deve fare, da questo punto di vista, un percorso di maturazione socio-culturale a cui volontariato e Terzo settore possono dare  un contributo rilevante. Nel concreto, si tratta di innescare cambiamenti di mentalità e creare i presupposti per nuove politiche sociali e carcerarie.

Un primo passo, in tal senso, è sgomberare il campo dai pregiudizi. Innanzitutto quelli che, talvolta, si risvegliano nell’opinione pubblica per cui si diffonde fra la gente la convinzione che maggiore galera significa maggior sicurezza. Su questa strada il sistema repressivo, alla fine, non regge, non ce la fa. Più reati, più arresti, nuove carceri, più detenuti… e poi? Non ci sono risorse. Non si riescono a garantire condizioni basilari di vivibilità e dignità. Non c’è possibilità di creare percorsi trattamentali, né sembra ne valga la pena perché “fuori” spesso c’è poco o nulla. A ciò si affiancano altri preconcetti che contribuiscono a “separare i mondi”. Ad esempio, vanno smontati quelli che portano a considerare gli operatori sociali dell’area penitenziaria come dei “buonisti” o degli “illusi”.

Vi sono volontari, cooperative sociali, funzionari e dipendenti dell’Amministrazione penitenziaria, imprenditori, professionisti, istituzioni scolastiche e formative, religiosi che ci “credono”, che giorno dopo giorno tentano di accompagnare i detenuti verso alternative di vita. Tuttavia, se tale impegno si gioca solo sul piano della testimonianza personale, diviene anch’esso una scorciatoia illusoria: si ottiene qualche “miracolo”, ma non si genera cambiamento in un sistema che ti fa sentire “solo” ponendoti dinanzi a sfide e problemi enormi. Ed è proprio questo il pregiudizio di fondo che va cancellato, il «non c’è niente da fare». Sì, se si rimane isolati c’è davvero poco da fare. Se, invece, con fatica e pazienza, si comincia a lavorare insieme sia dentro che fuori gli istituti di pena; se ci si raccorda, ci si confronta, le energie, le potenzialità si intrecciano ed emergono prospettive e orizzonti di intervento efficace.

Tale è il senso del lavoro portato avanti dal SEAC e il valore di questa pubblicazione. Al suo interno troverete un mosaico di voci, di esperienze e di competenze. Ciascuna, dal suo punto di vista, affronta la  questione di fondo: qual è la valenza e il significato della pena dentro le odierne dinamiche sociali e nell’attuale sistema carcerario. Ne risulta un percorso che mette insieme problematiche diverse fra loro e sviluppa una riflessione che prende le mosse dall’intricato nodo della delinquenza organizzata, passa a toccare il senso/valore della pena e del «fine pena mai» per giungere, infine, ai problemi aperti della vita che si conduce fra le sbarre. Il tutto per tentare di dare uno sguardo alle carceri nel loro complesso e affrontare le difficoltà, le carenze di un sistema che va migliorato al suo interno, ma va pure affiancato e circondato da “reti” di solidarietà e prevenzione, da lavoro di recupero sociale e reinserimento, da azione socio-educativa nei quartieri.

Ferdinando Siringo
Presidente del CeSVoP

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